I gruppi Telegram

Oggi parliamo di gruppi Telegram e di Revenge Porn.

La popolare piattaforma di messaggistica Telegram è stata palcoscenico per la messa in scena di uno spettacolo raccapricciante: chat di gruppo dedicate alla condivisione, non consensuale, di materiale pornografico e pedopornografico (in alcuni casi parliamo anche di minori di dieci anni).

Milioni di utenti hanno condiviso immagini di nudo di ex fidanzate, figlie, sorelle, amiche, colleghe, partner occasionali. Accompagnate da descrizioni, numeri di telefono, indirizzi.

Le vittime, inconsapevoli, erano ridotte a merce di scambio, una vera a propria economia del baratto: una foto per un’altra. I messaggi erano pieni di odio, le foto e i video, condivisi per il puro scopo di essere oggetto di masturbazione. Si chiama stupro virtuale.

Giornalisti, psicologi, attivisti, molti esperti; si sono preoccupati di raccontare e di spiegare la vicenda. Nel mio piccolo, ci tenevo solo ad invitarvi a riflettere.

Innanzitutto, ci tengo a ricordare che il 19 Luglio del 2019 il Revenge Porn è diventato reato. Tutti coloro che hanno diffuso o condiviso contenuti digitali espliciti senza il consenso dei partecipanti, sono penalmente perseguibili. Sono criminali. Possono e devono essere denunciati. Allo stesso tempo, non penso sia utile riportare i nomi dei gruppi o dei partecipanti, non meritano visibilità, non devono poter essere percepiti come modelli da emulare.

La chiave di quanto detto finora è il consenso. Questo è fondamentale nel rispetto dell’altra persona. Nel rispetto dei suoi diritti, della sua dignità, delle sue libere scelte. Se ti è stata mandata una foto, tu non hai il diritto di condividerla. Non senza il consenso. Penso che a tutti sia stato insegnato a chiedere il permesso prima di interagire con ciò che non è nostro, eppure, chissà perché, alle donne non si chiede mai il permesso, loro sono di proprietà pubblica, una donna è di chiunque, ma non di se stessa. E’ questo il messaggio che si porta avanti.

E’ importante non fare di tutta l’erba un fascio, sì ma anche no.
“Not all men!” è ciò che ci si sente dire da chi ci tiene a sottolineare che non tutti gli uomini lo fanno (Non tutti gli uomini sono stupratori ecc..). Certamente è vero che generalizzare è sempre sbagliato. Lo sappiamo che non tutti gli uomini hanno partecipato alla condivisione di tali materiali, ma sono abbastanza, gli uomini, per poterci rivolgere principalmente a loro. Secondo Amnesty International una donna su cinque ha subito minacce o molestie online e quasi sempre da parte di un uomo. Invito gli uomini ad intervenire, a farsi portavoce, non a ricordarci che VOI, come singolo,
non rientrate nella statistica.

Però guardiamoci un po’ attorno, agli uomini è stato insegnato che possono avere questo potere, che posso esercitarlo come meglio credono, perché sono in qualche modo superiori. Abbiamo bisogno di una battaglia culturale, quotidiana.

Il mese di maggio è dedicato al tema dell’educazione sessuale e questo potrebbe essere un campanello d’allarme. La diseducazione si combatte con l’informazione, con i modelli positivi, si combatte tutti insieme, si combatte tutti giorni. Il cambiamento parte da qui.

Vi lascio come vi ho trovati, con la rivoluzione nel cuore.

Maria Schiavini

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