Un anno fa l’intero Paese entrava in zona rossa, costretto a intervenire radicalmente sulle nostre vite al fine di ridurre i danni portati dal Covid: oggi, 13 mesi dopo, la situazione è analoga.
Mi è capitato spesso in questi giorni di riflettere su ciò che succederà dopo questo periodo di lockdown, anche confrontandomi con amici e parenti e non penso che si possa parlare di rinascita… Rinascita di cosa?
Quella del Covid non è che una delle tantissime crisi che l’umanità si è trovata a vivere, non è la prima e non sarà l’ultima e questa crisi non rappresenta la fine di nulla, tantomeno l’inizio di qualcos’altro, ma la perpetuazione di situazioni che continuano a ripetersi e da cui una volta ogni tanto dovremmo imparare.
Non è stato sprecato questo periodo passato a stretto contatto con noi stessi, noi l’abbiamo vissuto, non eravamo in standby. Bisogna fare tesoro dei momenti di crisi per capire come poter vivere un futuro migliore e se c’è una cosa che questa crisi ci ha insegnato è che siamo tutti sulla stessa barca.
Ciò assume ancora più importanza se pensiamo alle importanti conseguenze sociali che l’isolamento forzato ha portato e che hanno evidenziato problematiche preesistenti e che il coronavirus ha solo acuito.
Le risposte sono state molto differenti a seconda del tessuto sociale e dello stato psichico dell’individuo: alcuni hanno trovato nella solitudine obbligata una salvezza e una consolazione, altri emarginazione e sofferenza e altri ancora dei momenti di riflessione e chiarimento.
I primi si sono sentiti giustificati ad isolarsi e contenti nel non essere più i soli a stare sempre in casa, nel non essere più “quelli strani” che non escono più, che hanno scelto il ritiro perché soffocati dall’ansia sociale e dai rapporti umani. Si sono sentiti completamente a loro agio nella proprio comfort zone, forse fin troppo “comfort” che hanno deciso di non uscirci più.
I secondi si sono sentiti tagliati completamente fuori, non potendo più accedere a quei luoghi di incontro che inseriscono l’individuo all’interno del tessuto sociale, che forse sentivano già frammentato e lontano: pensiamo ai ragazzi delle periferie dove a volte neanche internet arriva. Uno di questi luoghi di incontro è sicuramente la scuola, da sempre punto di riferimento e formazione, ma che ormai ha perso questa sua funzione e ciò, soprattutto tra chi già prima aveva un rapporto difficoltoso con essa, ha portato all’abbandono del percorso di studi.
L’emarginazione ha colpito quindi anche la realtà scolastica, dove molti studenti hanno sentito mancare il rapporto umano che la didattica a distanza non può sopperire, portando lo studente a vedere le lezioni come mero trasferimento di nozioni, cosa che la scuola non è e non deve essere.
Importantissimo nel mondo post pandemia sarà il ruolo che dovrà rivestire la scuola, se una rinascita sarà possibile anche grazie a generazioni istruite, dotate di senso critico ed educate alla bellezza, consapevoli dell’importanza di vivere vite piene e significative, così capaci di creare un mondo migliore.
Tuttavia finché l’istruzione continuerà ad essere vista come l’ultima ruota del carro, come la prima cosa da sacrificare quando vanno fatti tagli sulla spesa pubblica, dubito della possibilità di avere persone coscienziose alla guida del mondo di domani: lo Stato dovrà impegnarsi a rinforzare quelle istituzioni che per anni sono state sacrificate e la cui inefficienza è risultata palese negli ultimi mesi.
Non tutti sono riusciti ad affrontare nel migliore dei modi l’isolamento obbligato e proprio per questo lo Stato e le varie realtà locali dovrebbero attivarsi per far sì che nessuno si senta tagliato fuori (attraverso ad esempio l’attivazione di sportelli di ascolto). Il rischio è che le differenze sociali e l’emarginazione si acuiscano e formino delle spaccature insanabili nel tessuto sociale, spaccature colmate spesso dall’illegalità: la rinascita dopo il covid, quindi, non può e non potrà prescindere dalla lotta all’emarginazione, una piaga che il virus ha accentuato e portato a livelli critici.
Dobbiamo smettere di ragionare egoisticamente, pensando solo al benessere personale senza minimamente considerare la condizione altrui, perché ogni nostra azione ha delle conseguenze sulla vita degli altri e sulla nostra e non possiamo pensare di essere altra cosa dalla società in cui viviamo: ne siamo parte fondante.
Marco Fontana e Jacopo Ferari