In quest’articolo, proponiamo una panoramica generale e sintetica sugli sviluppi di interesse nazionale ed internazionale avvenuti dall’inizio di questo 2026.
Di certo, l’inizio di quest’anno non è stato dei migliori, per usare un eufemismo. Sono accaduti – e stanno accadendo – numerosi avvenimenti che, come minimo, destano non poca preoccupazione. Per cominciare, il 3 gennaio 2026, circa alle due di notte, ora locale, da parte dell’amministrazione Trump è stata intrapresa un’operazione militare offensiva ai danni del Venezuela: la capitale, Caracas, è stata raggiunta da circa 150 velivoli militari statunitensi che hanno bombardato la città per un quarto d’ora – scene che ricordano l’Iraq nel 2003 -, provocando la morte di almeno 40 civili venezuelani. Successivamente, è stato rapito e trasferito negli USA il Presidente Nicolas Maduro assieme alla moglie, Celia Flores, al fine di essere processati per vari crimini come traffico di droga (lo stesso governo statunitense ha smentito l’informazione riguardo l’esistenza del presunto “Cartel de los Soles”). Indipendentemente dalla democraticità di Maduro – la cui presidenza sicuramente ha avuto risvolti repressivi – l’attacco degli USA è l’ennesimo affronto al Diritto Internazionale, per cui una potenza straniera, come gli Stati Uniti, per l’appunto, ha l’egemonia politica su tutto il continente americano (assieme alla Groenlandia, che Trump vuole annettere).
Inoltre, negli Stati Uniti le operazioni dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), ovvero un’agenzia federale facente parte del dipartimento della sicurezza interna americano dal 2003, hanno fatto discutere tutto il mondo. Specialmente riguardo ciò che sta accadendo a Minneapolis in Minnesota, dove l’ICE ha ucciso due cittadini americani: Renee Nicole Macklin Good il 7 gennaio 2026 e Alex Pretti il 24 dello stesso mese. In generale, le violenze di quest’agenzia si sono velocemente diffuse in tutti gli Stati Uniti dopo l’inizio della presidenza di Donald Trump, queste sono state diffuse tramite video sui social media anche dai membri dell’ICE stessa. Di fatti, in alcuni filmati si può notare che oltre agli agenti che hanno il ruolo di arrestare gli “immigrati illegali” ce n’è uno il cui ruolo è riprendere, e quindi documentare, l’accaduto. Le forze dell’ICE usano metodi tanto violenti da essere stati più volte paragonate alla Gestapo della Germania Nazista, nonostante un’organizzazione del genere non in del tutto nuova alla “terra della libertà”. Infatti, negli Stati del Sud, dove lo schiavismo era particolarmente diffuso, tra il 1704 e il 1865 le Slave Patrols svolgevano un ruolo molto simile, ovvero monitorare e disciplinare gli schiavi, specialmente quelli che avrebbero potuto scappare o ribellarsi.
Riguardo alla questione palestinese, negli ultimi mesi, soprattutto dopo il “cessate il fuoco” proclamato il 10 ottobre 2025 (in cui “Israele” ha comunque ucciso almeno più di 350 palestinesi dal suo annuncio), le notizie sulla questione sono state sempre meno sotto i riflettori dei principali media. Le violenze, da parte di “Israele” non sono cessate, nonostante abbiano recuperato tutti gli ostaggi. Negli ultimissimi giorni, è stato fondato a Davos il “Board of Peace”, presieduto – ovviamente – da Trump (ma erano presenti anche l’argentino Milei e l’ungherese Orban, che naturalmente non vanta qualità democratiche), che ha come obiettivo la ricostruzione della Palestina. Di certo, non dobbiamo illuderci: sulla terra seminata di cadaveri verrà costruito – all’insegna di un chiaro progetto colonialista, imperialista e, soprattutto commerciale, di cui questo organismo è l’apice – una sorta di “villaggio turistico”, come era già stato preannunciato in un video creato con l’IA l’anno scorso, in cui si potevano scorgere Trump, Netanyahu – criminale di guerra e genocida – e multimiliardari come Elon Musk, prendere beatamente il sole in spiaggia. Oltre al “surrealismo” di questa situazione, essa è la conferma delle reali intenzioni, ormai estremamente esplicite, di “Israele”, ma anche del tentativo di “pace” trumpiana. Un dettaglio: in questo consiglio, non sono stati ammessi i palestinesi stessi.
In Italia, intanto, il clima che si respira è sempre meno rassicurante: lentamente, si sta assistendo all’erosione dell’assetto democratico del nostro Paese. Per fare solo degli esempi, è stato approvato, sempre in questi ultimi giorni, il testo base del ddl Delrio che, in breve, assume la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), che risulta estremamente controversa e generica in quanto la sovrappone all’antisionismo – più che legittimo -. Per citare alcuni passi del ddl, in cui si menziona anche la scuola, la massima espressione del pensiero critico, si afferma che, all’articolo 2 che: “1. I Ministeri […] dell’istruzione e del merito e dell’università e della ricerca promuovono corsi di formazione iniziale e progetti di formazione continua destinati […] ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari. I corsi e i progetti di cui al presente comma sono specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana e all’analisi di casi di antisemitismo, nonché, con specifico riferimento alle Forze di polizia, alla formazione in materia di redazione dei verbali di denuncia di atti di antisemitismo. […] 2. Il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo.” (!). Dunque, grazie solo a questa citazione, si possono cogliere le reali intenzioni, neanche troppo implicite: sedare violentemente il dissenso e le critiche ad “Israele”, equiparandole all’antisemitismo, già sanzionato dalla Legge Mancino. Per non parlare del decreto “sicurezza” che, per esempio, tra le altre cose, permette alla Polizia, anche senza l’autorizzazione di un giudice, di trattenere fino a 12 ore una persona che, a loro dire, desta sospetti durante una manifestazione. Tutto ciò è alquanto preoccupante per la nostra democrazia.
Un’altro degli avvenimenti più discussi di questo periodo è la situazione in Iran, dove ci sono state proteste in circa duecentosettanta città, seimiladuecento morti accertati e decine di migliaia di arresti; internet bloccato per cercare di oscurare il mondo da questa situazione e minacce di morte ai manifestanti: è la più grande rivolta degli ultimi anni. Comunque vadano le cose in questi giorni, rimane la possibile caduta del regime di Ali Khamenei e ad un radicale cambio della storia contemporanea. Ad oggi in Iran una donna può finire in prigione per essere stata stuprata se non ha testimoni, una bambina può sposarsi a nove anni, se lo hijab viene indossato male si rischia la morte, l’omosessualità maschile è punita con la pena di morte mentre quella femminile con la frustrazione, si può venire giustiziati per aver protestato e/o manifestato anche pacificamente. Questo è solo una parte delle violenze e privazioni di libertà che il popolo iranaiano subisce ogni giorno da anni, ed è importante che in periodo come questo venga supportato in modo che possa raggiungere al più presto la libertà. Per molti i paesi occidentali ignorano attivamente la dittatura perché interessati solo al petrolio, di certo non una novità nella storia dell’Iran, dopotutto la complicità internazionale è uno dei maggiori motivi per la quale il regime resiste. In un carosello su Instagram le attiviste Cathy La Torre e Pegah Moshir Poursi scrivono: “Informarsi e informare, condividere, parlare, rompere il blackout dell’informazione.” Bisogna “Amplificare le voci che il regime sta cercando di soffocare”, in modo che le autorità internazionali smettano di ignorare tali violazioni dei diritti umani.
Insomma, guardando il mondo che ci circonda si può ben capire che le violazioni dei diritti umani non sono finite nel 1945 con la Seconda Guerra Mondiale, anzi, la scia di quel periodo è rimasta ed è molto forte. Da quel periodo sono avvenuti altri genocidi, quello Bosniaco, quello del Ruanda e quello cambogiano, e altrettanti avvengono ogni giorno sotto i nostri occhi: in Palestina i bombardamenti hanno causato oltre – almeno – 67.000 morti, il Sudan sta affrontando la più grande crisi umanitaria del mondo con più di 30 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari, in Cina la minoranza mussulmana dell’etnia Uiguri viene deportata in campi di rieducazione e i bambini vengono strappati alle famiglie in modo che “non diventino terroristi”, gli “orrori del Congo” sono stati totalmente dimenticati. Il giorno della memoria non deve essere solo una ricorrenza fine a sé stessa, né uno sterile ricordo: deve farci ragionare sul passato e sul presente, deve farci capire che solo perché qualcosa è avvenuto anni fa, non significa che non possa accadere di nuovo (o che non stia accadendo già da tempo). Primo Levi disse: “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo.” Noi possiamo solo cercare di fermarlo dall’accadere.
Karim Mahmoud 5L ed Emma Iofrida 1G