Spesso il rap viene considerato come un genere superficiale e privo di qualsivoglia contenuto. Seppur questa affermazione sia (in parte) corretta se ci riferiamo alla deriva presa dal 2016 in poi, bisogna ricordare che, in primo luogo, il rap è critica sociale: un urlo di denuncia, l’ingranaggio che blocca il meccanismo. Brani come Il mio paese se ne frega di Inoki o Orgoglio e vergogna di Ensi sono due perfetti esempio di quel rap senza peli sulla lingua, che ha come obiettivo quello di mettere in dubbio il potere costituito.
In questo panorama s’inserisce Caparezza. L’artista, che si definisce “troppo politico” in maniera ironica, scrive testi in cui la critica pur non sempre arrivando immediatamente all’orecchio dell’ascoltatore, è micidiale, soprattutto grazie ad una sottile ironia sempre al passo coi tempi. Quest’ultima caratteristica accomuna tutte le canzoni che passeremo in rassegna in questo articolo: Legalize the premier, Non siete Stato voi e Vieni a ballare in Puglia.
Brano contenuto ne Il mio sogno eretico e che vanta la collaborazione di Alborosie, all’interno di Legalize the premier i due artisti parlano di un “seme che è stato inoculato nel sistema politico italiano”, il quale permette ai vari politici di ”modificare le leggi a proprio piacimento, a proprio uso e consumo”, consentendo loro di “depenalizzare reati che lo riguardano”.
Il brano riesce perfettamente in questo intento grazie, in particolare, ad un’ironia tagliente che si ritrova in alcune barre. Chi mi accusa di tangente diventa secante è un esempio eclatante che gioca col duplice significato di “tangente” e con l’assonanza tra “seccante” e “secante”, entrambe due funzioni goniometriche.
La strofa di Alborosie costituisce, invece, una forte critica, nemmeno troppo velata, nei confronti del Presidente del Consiglio dell’epoca, Silvio Berlusconi. In versi come Me want a TV station so me buy that/ Me want a football team so me buy that, con un inglese maccheronico Alborosie fa riferimento alla Mediaset e al Milan, entrambe proprietà dell’ex premier che gli costituivano interessi economici.
Se in Legalize the premier il tono è ironico, bonario, Non siete Stato voi è l’opposto: una feroce e cruda invettiva contro una classe politica incapace di ricoprire quel ruolo non per incapacità ma per una totale incoerenza, caratteristica sottolineata in differenti maniere. Il brano è solenne e la voce tipicamente nasale di Caparezza viene meno, facendo spazio a un timbro arrabbiato e calmo allo stesso tempo, un tono che è stufo di questa situazione e che desidera che il Bel paese ritorni tale e non una barzelletta.
Nella canzone vengono affrontati mille temi (dal falso patriottismo fino ai legami Stato-mafia), troppi per essere spiegati in un singolo articolo. È, però, doveroso soffermarsi su due barre in particolari che trovo estremamente (e tristemente) attuali e che mi fanno accapponare la pelle ogni volta che le sento: Non siete Stato voi, col busto del Duce sugli scrittoi/ E la Costituzione sotto i piedi.
In una Nazione apertamente anti-fascista, caduta nel baratro proprio a causa di quell’ideologia, il fatto che la seconda carica più importante dello Stato, il Presidente del Senato, tenga in casa un oggetto che ricorda l’uomo che portò alla distruzione lo Stato che dovrebbe difendere è una contraddizione estrema che rende le parole di Caparezza ancora più potenti.
Canzone che, a mio avviso, coniuga perfettamente il tono satirico di Legalize the Premier e la crudezza di Non siete Stato voi è Vieni a ballare in Puglia, tra i brani più conosciuti della discografia di Caparezza, fama che sottolinea ancora meglio quanto possa essere sottile l’ironia e la satira del rapper molfettese.
Se al “ballare” contenuto nel titolo si sostituisce il verbo “morire” si scopre il vero significato del brano: la denuncia delle morti sul lavoro e di altri cancri che infestano il tacco d’Italia come il caporalato o l’inquinamento causato dall’ILVA di Taranto. Su una base che riprende il tipico ritmo della pizzica, Caparezza non avvilisce la sua terra natia ma mostra tutto il suo amore per il luogo che l’ha cresciuto, caratteristica che si nota, in particolare, negli ultimi versi (caratterizzati sempre con un sottile velo di ironia):
Oh Puglia, Puglia mia, tu Puglia mia/
Ti porto sempre nel cuore quando vado via/
E subito penso che potrei morire senza te/
E subito penso che potrei morire anche con te.
Purtroppo spesso fraintesa dal grande pubblico a causa della base “ballabile”, Vieni a ballare in Puglia è un perfetto esempio di come la critica del proprio paese non sia sinonimo di poca riconoscenza ma di desiderio di rendere quello stesso posto migliore.
Come si diceva in apertura, il rap ha perso col tempo la sua matrice più politica, più sociale, diventando troppo spesso plasticoso, un genere che parla di ciò che è di moda in quel periodo, perdendo conseguentemente la sua capacità di ridare un lucido riflesso della società di quel periodo.
Bisogna però sottolineare che ci sono artisti ancora “per il sociale” e che brani di denuncia vengono ancora scritti. Tra gli esempi più recenti e noti troviamo Ilva (Fume scure RMX), brano di Kid Yugi contenuto ne I nomi del diavolo. Qui, l’acciaieria di Taranto viene descritta come un luogo infernale, in grado, addirittura, di oscurare Dio con le sue fumate piene di diossina.
Pur avendo perso l’aspetto più “radicale”, brani come quelli di Caparezza o quelli di Inoki ed Ensi citati in apertura sono tuttora attuali, caratteristiche non particolarmente positive e che sottolinea la quanto la classe dirigente italiana sia incapace e stantia.
Adam Bouchraoui, IV^O